Cosa uccide il creativo che è in noi?

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Photo by Steve Johnson on Unsplash

Potrei pensare a molte risposte, ma molte di quelle che ho pensato sono in realtà delle variabili sulle quali si può intervenire con molta semplicità: dal non cambiare mai la propria routine, al percorrere sempre la stessa strada per andare nello stesso posto, al non coltivare hobby o non avere una cerchia di persone stimolanti con cui interagire. Queste sono tutte variabili sulle quali possiamo assolutamente intervenire, qualora volessimo stimolare la nostra creatività, basta semplicemente cambiare strada, o cerchia di amici, ma ce n’è una sulla quale è molto difficile lavorare, perché direttamente connessa al nostro modo di essere, una questione forse caratteriale che entra in gioco nei momenti in cui siamo chiamati a dare una qualsiasi performance: l’ipercritica.

Uno degli aspetti più interessanti nel vedere persone che non hanno mai disegnato e provano la soddisfazione di disegnare bene in soli tre giorni, è quello di vederne la piena soddisfazione nel raggiungimento di risultati insperati e quanto questo faccia bene alla loro autoimmagine.

Allo stesso tempo, attraverso la scoperta e la realizzazione del proprio potenziale, si crea un effetto collaterale che può avere esiti piuttosto frustranti: quando capiamo con sorpresa quello che possiamo fare a volte iniziamo a puntare ad obiettivi sempre più alti diventando più esigenti con noi stessi, il che sulle prime è assolutamente positivo: se non coltivassimo dentro di noi la “sana insoddisfazione” di cui parla John Ruskin ne Gli Elementi del Disegno, non potremmo sperare di migliorare.

Partendo da un principio assolutamente positivo, quello del miglioramento, corriamo però il rischio di cadere nell’ipercritica, che, ahimè è quanto di più frustrante possa verificarsi in un percorso creativo, perché vincola il nostro artista interiore a tacere piuttosto che a esprimersi, a restare immobile anziché lavorare, a sostituire col patimento una meritata soddisfazione. Così il nostro creativo interiore muore piano piano, o nel migliore dei casi si ferma in un limbo nell’attesa di una redenzione, finché non trova un giudice magnanimo che non gli faccia sentire l’angoscia della gogna, ma che lo accolga accompagnandolo nell’errore.

Abbiamo dedicato molti articoli all’errore creativo e voglio dirvi, ripetendomi, che è parte fondamentale del processo creativo, che contempla anche un po’ di stupidità e ironia. L’ipercritica ci mette costantemente in una condizione di vulnerabilità che noi stessi abbiamo creato, ma se da una parte siamo abili costruttori di labirinti, dall’altra ne conosciamo bene gli angoli perché nessuno li ha costruiti al nostro posto: una chiave per uscirne c’è sempre. Ogni artista ha nei suoi cassetti opere che non mostrerebbe mai a nessuno, proprio perché fanno parte di processi creativi non ancora ultimati, di idee poco chiare, incoerenti, o semplicemente perché hanno una vena naif piuttosto tipica, quando un progetto è ancora in incubazione e mostrarli significherebbe mostrare al mondo i propri sbagli.

Liberate un cassetto per far posto all’imperfezione: nessuno dovrà vedere cosa fate e voi potete dire a voi stessi che sono passaggi necessari al raggiungimento di uno scopo. Noterete col tempo, non solo che quei lavori non erano poi così male (fidatevi di una che è stata molto contenta di aver ritrovato vecchi lavori nascosti in un cassetto), ma che messi tutti insieme vi forniranno un senso molto chiaro dei risultati ottenuti. Quando vi sentite in pace col vostro lavoro, è anche e soprattutto perché avete attraversato momenti in cui non siete sempre stati in pace con esso.

Non gettate via i vostri lavori, aspettate almeno due o tre anni, se proprio avete intenzione di farlo: sono certa che ciò che oggi guardate con grande insoddisfazione potrà fornirvi numerose risposte con il tempo e chissà, magari anche nuovi spunti creativi.

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