24H Drawing Lab ospite a RadioRadio 104.5

Cari disegnatori,

Le due facce buffe di 24H Drawing Lab sono state invitate in radio per parlare di disegno, percezione visiva e del perché spesso… Ci vietiamo di disegnare! Le insegnanti di disegno più sghinderlee del pianeta Terra hanno anche ricordato a tutti l’uscita online della guida Tips&Chips, ancora scaricabile gratuitamente dal sito www.24hdrawinglab.com 🙂

Potete vedere l’intervista cliccando sul video in alto, oppure potete ascoltarci per radio prossimamente (a breve vi diremo quando) sulle frequenze di RADIORADIO 104.5!

Vi ricordiamo che l’ultimo appuntamento per imparare a disegnare sarà nei giorni

16/17/17 giugno 2017 | Roma

Siete ancora in tempo per disegnare la vostra estate, dopo di che 24H Drawing Lab va in vacanza 🙂 Vi ricordiamo inoltre che restano attivi i corsi individuali per tutta l’estate, anche ad agosto!

Per disegnatori en plein air e non, ultima data estiva anche per lo SketchCrawl con guida autorizzata di Roma e Provincia:

24 giugno 2017 | Villa Sciarra, Roma

Buon corso e buona visione a tutti! 🙂

 

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24H DRAWING LAB INCONTRA: SARA DI SALVO | FASHION DESIGNER

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Photo: courtesy of Hot!Couture by Sara di Salvo

Ciao Sara, grazie per il tempo che ci dedichi. Vorrei aprire questa intervista chiedendoti di parlarmi un po’ dei tuoi anni al liceo artistico Ripetta di Roma…

Beh in realtà lì ci sono stata un anno, io facevo l’artistico, ed a un certo punto si doveva scegliere tra accademia e architettura e io ho scelto accademia. L’unico liceo che offriva quella possibilità era Ripetta. Sono stati anni interessanti in cui ho conosciuto molti ragazzi con in quali si andava a disegnare all’aperto, ma dal punto di vista più formativo non mi sono trovata benissimo, intendo coi professori dell’epoca. Infatti dopo un anno ho cambiato, e mi sono trasferita in un liceo più vicino a casa mia.

Dopo Ripetta ci sono stai dei professori che hanno contribuito alla tua sensibilità e alla tua formazione?

Non proprio… A me piaceva il disegno in generale, per un breve periodo ho pensato che avrei declinato questa passione nel percorso legato all’architettura. Ho deciso poi che avrei voluto lavorare come fashion designer, apprendere un mestiere più manuale. Ero convinta sin da subito che avrei fatto qualcosa di creativo, infatti ho visitato la scuola di moda, che poi ho frequentato, già a 13 anni.

Quindi l’idea di diventare una fashion designer era nata in te molto prima di scegliere il tuo percorso di studi.

Assolutamente si, perché mi piaceva disegnare, facevo anche dei vestiti alle bambole – cosa che può accadere a qualunque bimba – ma io notai che la cosa mi appassionava molto…

Così subito dopo il liceo hai scelto l’accademia d’alta moda. Ti sei orientata alla Koefia perché sentivi che poteva formarti in una direzione specifica?

Sì, ne ho viste di scuole, e quella senza dubbio mi ha fatto l’impressione migliore. Sembrava una grande sartoria. Ho avuto la percezione di tutto quello che avrei potuto imparare dentro alla Koefia. Credo fosse una sartoria negli anni Cinquanta, e poi è stata tramutata in scuola, hanno quindi l’impostazione d’alta moda: questo da una parte mi ha insegnato tanto, dall’altra mi ha condizionato un pochino perché ha costituito delle strutture mentali precise che poi sono state puntualmente smentite sul campo, una volta che ho iniziato a lavorare.

Di tutte le cose che studiavi, tra gli insegnamenti collegati al disegno quali erano quelli che ti appassionavano di più?

Beh, c’è la preparazione, ovvero quel momento in cui fai una ricerca d’immagini che ti possono ispirare e crei una sorta di collage. Quando inizi a buttare giù delle idee, quella fase creativa pura. In quel momento sei tu, con la tua matita e il tuo foglio bianco e devi creare qualcosa di interessante. È una sfida.

Quindi tu hai sempre con te qualcosa per appuntare il modello, uno sketchbook?

Io raccolgo tante immagini, anche se sto facendo altre cose. Scatto molte foto, prendo le immagini da internet. Sempre, continuamente. Anche se non mi serve, ho un archivio di immagini enorme, che tiro fuori quando sto elaborando qualcosa.

Ora tu hai un tuo marchio, Hot!Couture by Sara Di Salvo. Che sensazione provi a ricordare il periodo dei tuoi studi?

 Beh assolutamente provo tenerezza, perché all’epoca non  avevo idea di cosa mi aspettasse…  In quel momento pensi che il mondo stia aspettando te per far sì che la moda vada avanti. Hai una visione romantica di quello che è la moda.

Poi interviene l’ostinazione?

Eh sì, per forza, dopo le prime delusioni devi capire se veramente è la tua strada e continuare ad insistere.

24H DRAWING LAB INCONTRA: MARIANNA LEONE [RESTAURATRICE]

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“Quando restauri entri in intimità con chi ha creato l’opera. Ti addentri nella sua testa, giudichi o approvi le sue scelte. Queste, condizionano le scelte che farai tu, sugli attrezzi da usare, i solventi da applicare, o su come intervenire in quell’opera.”

Marianna Leone

 

Ciao Marianna.. Di restauro io non so molto, anche se ho un ricordo molto nitido di una visita al centro di restauro quando frequentavo il liceo artistico. Immagino questo mondo pieno di formule, chimica e odori. Perciò ti farò delle domande e tu rispondi come se io fossi una bimba. A quanti anni hai deciso che saresti diventata una restauratrice?

Io avevo le idee chiare già in terza media. Poi facendo i test attitudinali, ebbi una risposta sconfortante: qualunque indirizzo fuorché quello artistico!

Ah, avevano capito in pieno!

Beh, in effetti devo ammettere che i test attitudinali non si sono rivelati molto attendibili nel mio caso. Così ho deciso di continuare per la mia strada, e i miei genitori mi hanno appoggiata nelle mie scelte. Sapevano di avere a che fare con una figlia coscienziosa, che non li avrebbe delusi qualunque strada avesse scelto di prendere. Ho sempre amato studiare, a scuola andavo bene e portavo a casa ottimi voti. I miei erano consapevoli che avrei portato avanti la mia strada facendo del mio meglio, e sviluppando le mie capacità al massimo.

Comunque la tua scelta è arrivata molto presto, perché tutto sommato eri ancora giovanissima quando hai deciso che saresti diventata una restauratrice. Cosa pensi abbia innescato questa predilezione?

Io nutrivo un fortissimo interesse nel restauro ma anche nell’archeologia. Però mi sono resa conto che alcuni aspetti dell’archeologia erano troppo lontani da me, come ad esempio la dedizione allo studio del latino. Questa è stata la discriminante che mi ha portata ad orientarmi completamente al restauro. Ma l’amore per la custodia e la tutela di ciò che ha un valore storico, credo sia nato durante le lunghe passeggiate domenicali con mio padre. Giravamo tutta Roma, mi portava a vedere Castel Sant’Angelo, la cupola di San Pietro… E poi i giri per i musei. Forse già in quel momento ho pensato a questo patrimonio come qualcosa di cui avrei voluto prendermi cura. Poi è stata mia madre a scegliere la scuola adatta. Ha girato i licei di Roma, e alla fine abbiamo scelto il IV Liceo Artistico Alessandro Caravillani. E in effetti superando qualche piccolo shock iniziale, perché una volta lì mia madre vide alcuni professori un po’ “sopra le righe”…

Eh lo so bene… Però la nostra generazione ha avuto la fortuna di avere grandissimi insegnanti in quel liceo, artisti di spessore nel panorama artistico internazionale. Poi oggi abbiamo scoperto che eravamo nella stessa sezione ma con un anno di differenza, quindi i nostri maestri sono stati in un certo senso il nostro comun denominatore per l’arte.

Beh si guarda, è stata una chance avere a che fare con Paolo Cotani, Gaetano Pesce e Carlo Ambrosoli, per citarne solo alcuni. Sono nomi di assoluto rilievo nel panorama artistico contemporaneo. Penso che il fatto che loro lavorassero con l’arte portava le nostre lezioni su un livello più alto di insegnamento. Se ci pensi, consegnavano a noi le loro esperienze, il fare arte conciliando l’istinto e il criterio. La loro professione, era l’arte. Sapevano trasmetterti emozioni che altri professori non ti davano.

Quindi il tuo percorso formativo è stato come base il liceo artistico sperimentale, col biennio comune e poi la scelta del triennio ad indirizzo individuale, che è stata ovviamente conservazione e catalogazione dei beni culturali… Poi?

Poi prima di iscrivermi alla facoltà di architettura ho deciso di andare a lavorare in un bottega di restauro, per vedere da vicino il mondo che adoravo. Mi presentai in questo laboratorio pochi mesi dopo il diploma, a settembre. Anche l’università è stata importante per me, perché era il primo corso sperimentale sul restauro dei beni architettonici. Avevamo professori di altissimo livello, come Pio Baldi che è stato direttore del MAXXI, c’era il sopraintendente ai beni archeologici. Insomma una bella squadra di professionisti. Abbiamo visitato dei posti meravigliosi come la Colonna Traiana e la statua di Marco Aurelio, poi siccome era il primo anno che veniva attivato quel corso di laurea, si era investito tanto in questa nuova offerta formativa. Ho frequentato poi un corso regionale, ma la mia preparazione come restauratrice, di fatto, è avvenuta in bottega. Tutto quello che so nel restauro, lo devo letteralmente a chi me lo ha insegnato quando lavoravo a bottega.

Cosa ti facevano fare durante questo praticantato?

In primo luogo mi facevano studiare. Tanto. C’era tutta la biblioteca disposizione se volevi informarti sulle tecniche di restauro o sulla storia. Ma la cosa più importante in assoluto, è che in quella bottega ti facevano proprio lavorare. Ti mettevi vicino a loro per vedere le loro abilità, ma non avevano problemi a lasciare la lavorazione di un pezzo, se avevi bisogno di istruzioni sul tuo lavoro. Spiegavano, di prodigavano enormemente. Il discorso della gavetta in cui ti si chiede di pulire e basta – e la tua formazione è rimandata a un secondo momento – lì dentro non esisteva. Si doveva lavorare. Loro mi hanno presa con l’impegno di formarmi come restauratrice. Siamo entrati in tre in quella bottega, tutti per formarci come restauratori. Purtroppo uno di noi ha scoperto in quel periodo di essere daltonico, ed ha rinunciato. L’altra ragazza invece ha capito in corso d’opera che il restauro non era un suo interesse vivissimo, e questa serie di circostanze ha fatto in modo che in quel laboratorio si veicolassero verso di me molte attenzioni riguardo alla mia formazione. Con me sono stati bravissimi.

Quindi il tuo primo ingaggio effettivo è stato proprio in quella bottega?

Sì.

Ti ricordi la sensazione che avevi in quel momento? Avevi paura?

Sì, tantissima. Me lo ricordo come fosse ieri.

Quali oggetti ricevi più frequentemente nella tua bottega?

Quadri e cornici, che tradotto in altri termini significa restauri e dorature. Qual è il restauro al quale sei più legata, o che ti è rimasto più impresso? Beh, sicuramente le pitture murali di Siena. Si trattava di intervenire su degli affreschi e su delle pitture a secco. Era un’opera da eseguire su un intero palazzo, ed io sono rimasta lì per un anno e mezzo. C’erano due squadre di intervento: restauratori e decoratori. Io ho avuto la fortuna di essere presente in entrambe. Si trattava di un palazzo che aveva avuto una storia molto frastagliata, passando di mano in mano tra proprietari nobili e canili … Una cosa disastrosa! Poi mentre eravamo lì hanno scoperto che sotto c’erano ancora le fondamenta del Duecento. Poi sotto Siena c’è l’acquedotto, con tutte le sue gallerie scavate nel tufo giallo. Sotto a questo palazzo quindi c’erano una serie di cunicoli con le nicchie in cui i minatori mettevano le statue votive perché temevano che la sotto fosse l’inferno. Dopo questa esperienza ho fatto un altro corso regionale, sul restauro delle facciate antiche perché mi aveva appassionata la pittura murale. Poi sono arrivata qua.

Quanto influisce il fatto che tu sai disegnare, in un lavoro come questo?

Dedicandomi principalmente al restauro, l’attività legata al disegno si è un po’ sopita nel tempo. Facevo acquerelli e ho smesso, ma certamente disegnare è una capacità che influisce in un mestiere del genere. In un quadro ho dovuto ricostruire un volto, per esempio. Conoscere come impostare il viso, le proporzioni, le luci… Certamente è una capacità che ben ci sta in una professione di questo tipo, e che serve a dare sicurezza e ad averne.

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Al liceo artistico si impara a disegnare?

 

Questa domanda con cui siete capitati qui, somiglia molto alla domanda che mesi fa ha dato vita al post: si impara qualcosa all’Accademia di Belle Arti?

 

Ebbene, quando ero adolescente, anche io ho frequentato il liceo artistico. Nei cinque anni sperimentali, ho avuto l’opportunità di frequentare sia i corsi che riguardavano le materie artistiche (disegno figurativo, discipline plastiche e architettoniche) senza trascurare quelle culturali, come filosofia, storia dell’arte e italiano.

Di primo acchitto sembrerebbe una bella scuola completa, a cui non manca proprio nulla per essere un fiore all’occhiello. Il punto è – e me ne sono accorta dopo anni – che i metodi d’insegnamento delle discipline artistiche, sono veramente obsoleti. Parlo dei licei artistici romani, non posso certo parlare degli altri. Dal punto di vista tecnico, vengono spiegate tutte le regole fondamentali riguardo al disegno, ma nessuna sul tema percettivo. Non un’indicazione, e questo ha fatto in modo che al quinto anno ci si dividesse in due grandi scaglioni tra studenti: chi era già bravo lo è rimasto, e chi aveva più da imparare, se determinati concetti non li aveva capiti da solo in corso d’opera, è rimasto un po’ al punto di partenza.

Questo è un problema che può appesantirsi nel momento in cui dal liceo si decide di frequentare un qualsiasi istituto d’istruzione artistica superiore, come l’Accademia ad esempio, dove ci si aspetta che uno stia al passo e tante cose non vanno più spiegate.

Insomma, spero vivamente che le cose siano cambiate, e a vedere mia nipote, che oggi frequenta l’Artistico, e ho la possibilità di vedere cosa fanno, un barlume di speranza si accende. Come in ogni cosa, credo che il propulsore fondamentale dobbiate essere voi: fate la vostra parte fatta bene, così otterrete il massimo anche se dovesse capitarvi il minimo…

Un alfabeto di segni

Valerio, 10 anni

Da un disegno di Valerio, 10 anni

All’ultimo corso di settembre, sono rimasta molto colpita da questa natura morta realizzata dal vivo durante il secondo giorno. Chi l’ha eseguita è un piccolo grande artista di dieci anni, che grazie a questo bel disegno mi ha portato a scrivere quest’ultimo post.

C’è una caratteristica molto interessante che emerge in ciascuno dei disegni di chi frequenta il Drawing Lab: l’individualità. Al di là di questo disegno, che a me piace moltissimo e che mi ricorda certe opere di un artista che stimo, Isabella Ducrot, ciò che mi colpisce è la capacità che ha ognuno di trovare il proprio “alfabeto di segni”, un tratto personale e caratteristico al punto da essere paragonabile a una calligrafia.

Devo ammettere di guardare con molta ammirazione la genuinità dei disegni di chi non è mai stato alfabetizzato da un punto di vista accademico artistico, e credo che il breve tempo che si trascorre insieme, 24 ore, non sia sufficiente per “confondere” questa genuinità. Il mio percorso formativo è stato molto lineare: Liceo Artistico a Roma, poi l’Accademia di Belle Arti nella stessa città, ed un periodo di studi all’École nationale supérieure des Arts Décoratifs di Parigi, per una borsa di studio vinta all’Accademia. Naturalmente questo non fa di me Michelangelo, ma posso dire di aver potuto notare come il seguire per anni lo stesso corso di studi possa bloccare una certa genuinità nell’esecuzione di un disegno, dove talvolta si rischia di entrare nel labirinto illusorio del perfezionismo.

Al Drawing Lab mi piace molto il fatto (scoperto in corso d’opera!) che l’alfabeto di segni di ciascun corsista resti invariato da prima a dopo. Certo, si impara a usare il chiaroscuro in maniera funzionale, per dirne una, ma ognuno mantiene la propria “grafia artistica”, come il giovanissimo Valerio del disegno nella foto che vedete qui sopra, che mi fa pensare ai Fauves e alla Ducrot senza neanche aver avuto il tempo di frequentare studi artistici.

Ognuno di noi porta con sé un alfabeto grafico fatto di linee, tratti, punti, cancellature e sfumature, che può essere portato alla luce dando modo agli altri di poterci leggere con occhi nuovi, mostrando il nostro temperamento attraverso il modo in cui descriviamo la realtà.

A TUTTI GLI STUDENTI DEI LICEI ARTISTICI E ISTITUTI D’ARTE!

 

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Cari giuovini, come sicuramente saprete l’anno scolastico sta per volgere al termine. Se la revisione di figurativo vi riempie di terrore, potete contattarci al numero 338 49 15 242 o scriverci qui: s.spizzichino@gmail.com. Avrete così l’opportunità di fissare un corso privatamente e con uno sconto del 10%, scrivendo nel subject della mail “TERROR”. Il corso ha la durata di 24 ore e permette di migliorare rapidamente e sfangarla alla grande quando si farà giugno (credetemi, in un batter d’occhio).

Nella gallery del nostro sito troverete immagini molto esplicative di cosa intendiamo, quando diciamo “migliorare rapidamente”.

In bocca al lupo a tutti voi!

24H Drawing Lab