Come conciliare il disegno con un lavoro a tempo pieno?

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Foto: Disegni di Gaia Alari – @gaia.alari

Disegnare, spesso richiede tempo: sia per esercitarsi e incrementare i risultati, ma anche per portare le nostre soddisfazioni creative da un buon corniciaio che – nei giorni lavorativi – possa occuparsi di dare alle nostre opere la giusta destinazione. Serve tempo per andare nei musei o all’orto botanico e disegnare dal vivo ciò che amiamo, facendo quello che i nostri grandi maestri hanno fatto prima di noi.

Quello del tempo, è un problema per molti appassionati di disegno che abbiamo affrontato anche in passato, perché non è mai sufficiente o le nostre energie residue sono davvero poche per poter essere dedicate per bene alla nostra passione, così il rischio è quello di di sentirsi molto frustrati, tanto da scegliere più spesso la rinuncia all’investimento (“Se devo farlo male, non lo faccio proprio.”).

Intanto, mi sento di dirvi che poco tempo è meglio di niente e che possiamo riuscire ad ottenere buoni risultati con le risorse che abbiamo, anche se ci sembrano davvero esigue al momento: tutto sommato disegnare è qualcosa che ci fa stare bene, dunque al pari dello sport, non trovate che il benessere sia fondamentale affinché ogni altra sfera della nostra vita funzioni un po’ meglio?

Di seguito affronteremo qualche punto per conciliare al meglio la vostra passione con gli impegni quotidiani, con la speranza che possano migliorarvi la situazione.

Cambiate mentalità. E’ come mettersi a dieta: un conto è pensarlo e un conto è sentire che è la cosa giusta da fare. Ci piace disegnare anche perché ci fa stare bene, dunque è importante stabilire con noi stessi che riservare al nostro benessere la giusta importanza è un gesto d’amore nei nostri confronti e che non c’è nulla di male, in questo. Sappiamo molto bene che non influirà negativamente sulla nostra prestazione lavorativa, perché il nostro scopo è far funzionare le due cose insieme. Detto questo,

Trovate il tempo. Oggi possiamo essere raggiunti in ogni dove e in qualsiasi momento, dunque spegnete il telefono: è davvero l’unico modo per far si che il lavoro non vi raggiunga, e se avete un telefono aziendale è molto meglio da gestire. Oppure abbandonate il centro commerciale per disegnare in famiglia, così potrete trascorrere del tempo di qualità tutti insieme e magari riuscire a carpire meglio le inclinazioni dei vostri figli. O magari potete trovare una comunità di disegnatori come voi e dedicarvi una sera la settimana, come il calcetto, dove ognuno di voi porta una torta e una bella tisana e si passa la serata a disegnare tutti insieme: è un ottimo modo per dedicare alla vostra passione un tempo determinato, dove nell’arco di quelle ore non fate altro che disegnare. Ad esempio se frequentate 24H Drawing Lab potete tornare gratuitamente ogni volta che volete: noi ci incontriamo una volta o due al mese e siete tutti i benvenuti. Dunque già esiste una piccola congrega di gente come voi, non trovate?

Lavorate su piccoli formati. Non è necessario strafare con disegni grandi, soprattutto se oltre al tempo, a mancarvi è uno spazio da dedicare interamente al disegno come un garage, una mansarda o uno studio in casa. Il pregio del piccolo formato è che occupa poco spazio, va benissimo un tavolino o la scrivania e potete anche impiegare poco tempo per iniziare e finire un lavoro. Ricordate che i capolavori di Vermeer erano spesso di formato ridotto, e di grande impatto emotivo.

Tenete una borsa sempre in macchina. E’ un’idea super pratica, perché dentro la borsa potete tenere un doppio di tutto ciò che vi serve ed averlo sempre pronto all’uso mentre le altre cose sono a casa, come l’astuccio portamatite completo di gomma pane, grafite acquerellabile, matite morbide, carboncini e chi più me ha più ne metta. Ma anche un camice da lavoro per non sporcarsi, un album da disegno in formato A4, magari a spirale e con copertina rigida, così vi faciliterà la vita se disegnerete all’aperto. Su questo siete voi ad avere l’ultima parola, perché soltanto voi potete sapere quale strumento è davvero irrinunciabile, per liberare il vostro processo creativo. L’importante è strutturare la vostra borsa in modo pratico, smart: ogni cosa può avere più funzioni (con una grafite acquerellabile potete disegnare e dipingere e con una sola matita 8B potete fare un intero ritratto) per fare in modo che non vi manchi davvero nulla. Gli stessi strumenti e il resto, è a casa vostra, per quando vorrete lavorare lì. Mi raccomando, la vostra borsa deve contenere una specie di duplicato di ciò che vi serve e che avete a casa: non entrate per nessun motivo al mondo nel vortice di non sapere esattamente cosa avete in borsa e cosa avete a casa, altrimenti può rivelarsi davvero scoraggiante.

Puntate alla qualità, non alla quantità. Come spesso accade, meglio pochi e ben fatti. In Accademia cento disegni fatti male non servivano a passare un esame, inversamente, dieci ottimi disegni potevano fare una lode. Non precipitatevi alla scrivania tutte le sere se non avete nulla da disegnare, perché non dobbiamo vincere nessun premio fedeltà. Disegnate quando avete davvero voglia: se seguite questo consiglio, vi sorprenderete nel constatare quanto ci vuole poco a realizzare un buon lavoro, quando si ha voglia di farlo.

Fotografate i vostri lavori. Avrete così un archivio digitalizzato da tenere sempre con voi per mostrare le vostre soddisfazioni agli amici, o più semplicemente per sentirvi meglio nel constatare che nonostante il poco tempo a disposizione vi siete dati modo di realizzare dei buoni lavori. Soprattutto quando a lavoro sono davvero momenti infuocati, e il nostro cavalletto da disegno sembra un’isola lontana e irraggiungibile.

Non abbiate aspettative irrealistiche. Fissare gli obiettivi giusti è il modo migliore per sentirsi soddisfatti di sé ed andare avanti per gradi. Se la vostra professione vi occupa molto tempo, è inutile pensare di lavorare su disegni la cui esecuzione dovrebbe superare in numero di ore quelle che passate a lavorare, perché è il modo migliore per non sentirsi mai soddisfatti di sé. Fate una lista realistica delle vostre aspettative, a breve e lungo raggio: sarà bello spuntarle di volta in volta, una volta realizzate.

Che altro aggiungere… mettetevi all’opera, no? 🙂

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L’arte è per tutti?

L’arte non è solo comprensione dei contenuti e analisi storica, ma anche sentimento. Le sensazioni legate all’apprezzamento della forma, per esempio, o all’empatia generata nel fruitore per i temi affrontati, o più semplicemente il senso di elevazione provocato dall’aver visto qualcosa che ci ha arricchiti intellettualmente, sono condizioni favorevoli per accrescere il nostro “sentimento d’arte” . Sentimento e empatia sono caratteristiche innate del genere umano, quindi mi sembra assodato che: sì, l’arte è senza dubbio per tutti. O meglio: a disposizione di tutti. Ma le strade che portano a vivere pienamente l’esperienza d’arte, sono tante. Sentirsi espulsi a priori da un ambito che – anche a causa di certi intellettualismi forzati di artisti che non mirano tanto alla comunicazione, quanto all’autoaffermazione – può provocare nell’utente un certo fastidio, lieve ma costante. Ma se ci troviamo in conflitto con l’arte, possiamo indagare un po’ la natura del problema, invece che restare in una perenne condizione di reticenza. Forse siamo in conflitto con gli artisti? E’ un problema di linguaggio visivo? Ci infastidisce che l’artista spesso voglia SOLO infastidirci?

L’arte e i suoi artisti, non devono piacerci per forza. Non siamo necessariamente persone migliori se conosciamo tutto di questo ambito. Ci sono stati tanti artisti che assumevano comportamenti deprecabili. Eppure erano in qualche modo ambasciatori della cultura. Ci sono tante cose da conoscere in effetti, e – come diceva il mio grandissimo professore di italiano al liceo: “Al mondo TUTTO è arte. O almeno tutte le cose più belle lo sono. Tutte le cose più noiose al mondo, per fortuna poche, sono quelle non legate all’arte. La musica è arte. Creare una sedia è arte. Intrecciare un cestino di vimini, è arte. La progettazione, è arte. Se al mondo non ci fosse arte, cosa ci resterebbe? La politica, l’economia, e poche altre cose. Ma comunque, anche in questi ambiti l’approccio potrebbe essere creativo”.

Diciamo che l’arte è di tutti, o almeno di chi la vuole. Per sapere se la “vogliamo” occorre però conoscere un pochino i suoi strumenti di lettura per non giudicare a priori.

Documentarsi un po’.

In primo luogo, sapere perché Manzoni faceva i propri bisogni nei barattoli, è un ottimo inizio. Se la prendono sempre tutti con lui, con Fontana e Duchamp, poverini! Pensate che ancora oggi quando i non addetti ai lavori contestano degli aspetti dell’arte, citano sempre la triade Duchamp-Manzoni-Fontana: NOME e COGNOME, pensate! Pensate alla forza della loro opera, e della loro eredità: non conoscono l’arte, ma questi tre… Ah se li conoscono. Appuntiamo subito una cosa: bisogna prima di tutto CONTESTUALIZZARE L’OPERA. Oggi – ma soltanto oggi – un’operazione come quella di Manzoni farebbe ridere chiunque, forse. Ma non possiamo affrontarla come un’opera sfornata nel 2017, perché si tratta di un’opera realizzata nel 1961. Già questo cambia tutto. Cambia tutto perché non avevamo ancora visto nulla, invece oggi siamo abituati a tutto. Ma se pensiamo che si tratta di una serie di 90 barattoli etichettati, numerati e firmati (una tiratura limitata firmata dall’artista), questo discorso torna ad essere incredibilmente attuale. Inoltre, sapere anche che il linguaggio dell’arte cambia negli anni con i nuovi apporti tecnologici, i nuovi materiali, ma anche i cambiamenti sociali è un punto importante da fissare. L’arte dell’ultimo secolo ha investito tanti nuovi linguaggi: è divenuta performace, installazioni site-specific, interventi d’arte, video arte, street-art e digital-art. Se l’ambito è sempre più vasto, bisogna anche dire che ce n’è per tutti i gusti. Scoprire cosa ci interessa e documentarci su quello, è un approccio sensato e riduce il senso di frustrazione legato al pensiero: “Quanta roba non so da dove iniziare”.

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Piero Manzoni

Sapersi orientare.

Orientiamoci quindi a quello che ci piace. Non importa (almeno all’inizio) avere conoscenze approfondite. Siamo capaci di provare una sensazione, no? Almeno la maggior parte degli individui lo sono 🙂 Mi piace o non mi piace, va anche bene. Se innesca un meccanismo di curiosità costruttiva, per cui iniziamo a fare un po’ di ricerca. E’ interessante fare questo percorso perché indica tante cose anche di noi, del perché ci piace quel genere o quell’artista. Perché siamo vicini a un tema piuttosto che a un altro? Perché ci rendiamo spesso conto che tutto quello che ci piace di più ha determinate caratteristiche? Come vedete non serve una laurea. Basta esser curiosi di noi stessi e ricettivi del mondo che ci circonda.

Trovare la nostra strada.

Ovvero la strada che ci porta al mondo dell’arte. Siamo artisti? Siamo mediatori d’arte (curatori, critici, galleristi)? Siamo collezionisti? Siamo fruitori appassionati? Spesso non abbiamo ancora individuato il modo giusto in cui approcciare a questo ambito. Molte persone si appassionano a un genere, a un’epoca, e poi intraprendono un percorso di studio attento e di giovane collezionismo. Al punto che questo aspetto diventa un percorso irrinunciabile nella bellezza, se per caso non si è soddisfatti del proprio lavoro. L’arte, è anche un investimento. Siamo appassionati di economia? Forse è quello il nostro approccio.

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Lucio Fontana

Ma riguardo all’astenersi dal mondo dell’arte, occorre anche fare presente un aspetto importante. La resistenza dei fruitori, a volte è mossa da un sentimento di giudizio nei confronti degli artisti. Questo succede perché in questo ambito, come in tanti altri, esistono i furbetti. Possiamo dire che l’artista (quello vero) è un ambasciatore di cultura, propone cambiamenti, sviluppa nel fruitore senso critico correlatamente ai fatti consistenti del mondo. Spesso in Italia l’artista viene considerato un perditempo di buona famiglia, ma generalmente non è così: solo alcuni artisti lo sono. In linea generale, senza che questo assuma l’intransigenza di una regola: diffidate dagli artisti che non sanno o non vogliono parlare del proprio lavoro. Dagli artisti sforna-opere. Dagli artisti che non conoscono il lavoro degli altri artisti. Dagli artisti onnipresenti in cerca di visibilità. Dagli artisti che spettacolarizzano la propria presenza nei posti, anche non legati all’arte (il cliché dell’ubriacone, del ritardatario, del vestito male o in modo eccentrico). Dagli artisti che supervalutano le proprie opere indipendentemente dal coefficiente di vendita. Dagli artisti incapaci di profondità autentica in un confronto di qualsiasi genere. Dagli artisti che copiano meramente il lavoro di altri artisti, precedenti o loro contemporanei (documentarsi è importante!). Perché anche tutti loro, alimentano il pregiudizio di molti su un ambito che sarebbe di per sé meraviglioso. E per colpa di qualcuno, non si fa credito a nessuno.

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