Disegni dal corso di settembre :-)

MARCO PRIMA E DOPO

Si è concluso domenica il corso di settembre: 24 ore, tre giorni (8-9-10), un gran numero di disegni e tanta soddisfazione 🙂

Ricordandovi che le prossime date di 24H Drawing Lab saranno:

Roma, 20-21-22 Ottobre 2017
​Milano, 27-28-29 Ottobre 2017
Roma, 10-11-12 Novembre 2017
​Roma, 2-3/9-10 Dicembre 2017 (4 giorni)

vi consigliamo di dare un’occhiata alla gallery di questo mese… e di vedere il resto sul nostro sito!

Anche questo weekend c’è gente che ha imparato a disegnare, voi che aspettate? 😉

Info e iscrizioni: s.spizzichino@gmail.com – 338 49 15 242

Info corso a Milano: rivka.spizzichino@gmail.com – 339 43 65 053

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Cosa mi porto per disegnare in vacanza?

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Tempo fa, durante il corso di maggio, è uscita fuori una conversazione molto interessante con una nostra corsista, per riuscire a ottimizzare il materiale da portare in vacanza.

Naturalmente la priorità è che il tutto sia molto leggero, altrimenti caricare in valigia con le varie restrizioni negli aeroporti, o semplicemente portare tutto in una borsa per partire anche solo per un weekend, diventa davvero scomodo.

Come possiamo ottenere un portfolio ottimizzato, leggero e soprattutto versatile?

Ho pensato ad alcuni consigli, il primo dei quali è non essere troppo rigidi circa i materiali da portare. So quanto è bello avere la certezza di portare proprio quella grafite, o quel set di colori che tanto ci piace, ma spesso e volentieri, in viaggio, diventano ahimè solo un modo per fargli cambiare aria senza utilizzarli. Ricordiamoci che in vacanza siamo anche con persone che possono gioire della nostra compagnia, dunque sarà meglio trovare un equilibrio, altrimenti fate la figura degli eremiti… Oppure partite con disegnatori come voi e il problema è risolto 🙂

In un’ottica di flessibilità, quindi, molti materiali possono essere sostitutivi di altri, e questo è il punto su cui far leva, quando partiamo e dobbiamo ragionare “leggeri”: nei toni del  grigio, una grafite acquerellabile svolge perfettamente la funzione di grafite, ad esempio per iniziare dal tono medio, ma potete anche lavorarla a pennello passando dal disegno alla pittura.

Dunque, dopo varie riflessioni in merito, vi consiglierei quanto segue per le vostre vacanze. Occhio che è superottimizzato eh:

  • Una matita 8B (con una buona sensibilità, potete andarci leggeri e poi scurire: una 8B può diventare una 2B, ma una 2B non può arrivare ai toni scuri di una 8B!)
  • Gomma da cancellare
  • Gomma pane
  • Un taglierino (potete usarlo al posto del temperino sia per temperare la matita, che per pulire e rifilare la gomma da cancellare. Mai in aereo!)
  • Un pennello
  • Grafite acquerellabile
  • Un album, meglio se a fondo rigido (magari vi va di disegnare fuori). Per l’occasione vi consiglio questo: http://www.daler-rowney.com/en/sketching-pads-sheets che è quello che vede nella foto di questo post, perché potete disegnarci e acquerellare moderatamente. E averne uno, che ha due funzioni, è decisamente meglio.

Non mi resta che augurarvi buon viaggio!

C’è matita e matita

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Scultura su matita dell’artista Jasenko Đorđević

Pubblichiamo volentieri un estratto dal libro di Sandro Baroni, “Copie e falsi nel disegno” – Antea Edizioni -, sullo strumento per eccellenza del disegno, che sicuramente troverete molto interessante e utile. Buona lettura!

C’è matita e matita.

Non tutti sanno che il termine “matita” è venuto assumendo progressivamente nella lingua italiana un significato assai vasto e in un certo senso anche improprio. Usato in origine per definire indifferentemente varie pietre naturali di colore rosso, nero o anche ocra, tagliate in verghette o bastoncini, come pure mine e pastelli pressati di varia natura, oggi significa prevalentemente il più comune strumento di scrittura e disegno, costituito da un involucro di legno con anima e mina di grafite, che è di uso corrente dal XIX secolo e tipico dell’era moderna.

Il termine deriva da “amatita”, la pietra di composizione più o meno pura, colorata dal minerale di ferro, oggi nota come ematite. Questa lasciava tracce di colore rosso ed era perciò chiamata anche sanguigna. La migliore “amatita” o matita veniva dalla Germania, come ci testimoniano molti scrittori d’arte antichi e pure numerosi trattati tecnici, ma era estratta anche in Italia, in Spagna e un po’ in tutto il bacino del Mediterraneo.

Progressivamente il termine si spostò a designare anche “lapis”, cioè una pietra nera abbastanza comune in Europa con la quale si disegnava su carta, supporti gessati o pergamena. Questa pietra, che oggi molti confondono con la grafite, era già nota a Cennino Cennini:“Ancora per disegnare ho trovato certa pietra nera, che vien dal Piemonte, la quale è tenera pietra e può la aguzzare con il coltellino, ch’ella è tenera e ben negra e puoi ridurla a quella perfezione che ha il carbone. E disegna quando che vuoi.”

Si tratta di una roccia del periodo cretacico di colore nero, molto tenera e adatta al disegno: con terminologia migliore della nostra, gli inglesi la chiamano black chalk, i tedeschi schwarze Kreide e i francesi pierre noire.

Proprio dalla Savoia e dal Piemonte venivano le qualità migliori di questo materiale, che ancora ricorda Vasari come “la pietra nera che vien da’ monti di Francia”. Dall’uso di pietre tenere e colorate appuntite ed usate per disegnare si passò progressivamente, nel corso del Seicento, a matite costruite comprimendo e aggregando polveri di carbone, di pietre o nero fumo in piccoli e maneggevoli  bastoncini rossi o neri che mantennero il nome di matita. Di qui alla soluzione attuale il passo fu breve. Dopo la scoperta e lo sfruttamento delle miniere di grafite nel Cumberland, alla fine del XVI secolo, questo materiale cominciò ad entrare nell’uso corrente, dapprima come pietra appuntita in barrette o stecche, successivamente polverizzata e pressata in mine vere e proprie che si imposero soprattutto per la rapida scorrevolezza sul supporto cartaceo e per il segno perfettamente cancellabile. Con il pieno affermarsi della rivoluzione industriale si svilupparono entrambe le forme in cui possiamo trovare ciò che ancora oggi intendiamo per matita: da una parte lo strumento costituito da un cannello di legno tenero contenente una mina di grafite, oppure il porta mine di varie forme e formati con mine intercambiabili di varia durezza.

Qualunque sia il tipo di matita che voi impieghiate, ricordatevi comunque che, fondamentale operazione, necessaria all’ottenimento di buoni risultati nel disegno, è la preparazione della punta dell’attrezzo. Non sottovalutate questo modesto particolare, solo all’apparenza poco rilevante. Imparando ad usare la matita è necessario sapere come si tempera in modo corretto. Infatti per fare la punta si può usare un temperamatite a rotazione di buona qualità, ma anche, come è uso tra i disegnatori artistici, la lama o il coltellino necessari ad ottenere quella che viene chiamata “punta a lancia”. Procedete praticando un taglio inclinato alla punta della matita, prima da un lato, poi dall’altro, poi dai lati opposti e laterali.

Ottenuta questa “squadratura” proseguite smussando gli spigoli della piramide così ottenuta fino ad ottenere sei facce piane convergenti sulla punta. Fate varie prove su una vecchia matita per raggiungere la pratica e la piena abilità necessarie.

La lacca fissa i capelli, non i disegni!

Ricordo che quando frequentavo il Liceo Artistico a Roma, andava di moda la lacca per capelli. Certo, erano i mitici anni ’90 e la lacca era l’unico modo per fissare la frangia di Brenda Walsh. Il punto è che se studi all’artistico, la lacca non è uno strumento per fissare i capelli, ma l’alternativa al fissativo spray.

Diciamo che i disegnatori si dividono in due categorie: quelli che hanno fissato un disegno con la lacca e… Ah, no: tutti ci hanno provato, almeno una volta.

Ok, ok. Va bene che molti lo chiamano fissativo per capelli, ed è anche vero che la lacca fissa grafite e carboncino, ma non protegge il vostro disegno dall’invecchiamento: alcune lacche per capelli tendono a far ingiallire il disegno nel giro di poco, oppure restano appiccicose sul foglio. Alcune lacche per capelli hanno un diffusore non a getto continuo, e quelle sono le più pericolose, perché tendono a gocciolare sul disegno, anche a una certa distanza. E una volta che cade una goccia non nebulizzata… vi tenete la macchia.

Va bene che risparmiate circa un paio d’euro, ma è questo che volete per i vostri disegni? Sicuramente molti disegnatori la prediligono al fissativo normale, perché più economica e reperibile sotto casa: io dico che se non siamo i primi a trattare il nostro lavoro con rispetto, nessun’altro lo farà al nostro posto. Seguendo questo link potete trovare una serie di fissativi (tutti eccellenti) per matita, pastello e carboncino. Rapidi, efficaci, (quasi) inodori.

Buon fissaggio, disegnatori!

BUONA LA FOTO? BUONO IL RITRATTO!

Lo so, siete al centesimo tentativo e ancora non riuscite a tirar fuori un ritratto a matita dalla foto che avete tra le mani. Il compleanno si avvicina e non avete ancora il regalo che sognavate di fare: un bel ritratto, dai valori tonali ricchi e pieno di personalità. E proprio quando siete sul punto di mollare tutto per cliccare sul filtro “artistico” di un programma a caso di fotoritocco, eccovi a leggere questo post.

Tra le tante critiche e il naturale abbattimento, avete mai pensato che forse la foto che avete scelto per il vostro ritratto non è quella giusta?

Ci sono dei requisiti che un’immagine deve avere per poter essere utilizzata in un ritratto. Durante il corso lo diciamo spesso ai nostri allievi. Certo, forse quella foto è legata a un momento in particolare. Ma se i valori di riferimento non sono consoni non sarà possibile leggere visivamente l’immagine, presupposto prioritario per disegnare. Per leggere visivamente, intendiamo “porsi le domande visive” sulle quali insistiamo tanto durante il corso.

La più frequente difficoltà che si incontra nella lettura di una fotografia a colori è il problema delle gamme tonali. Se avete una foto a colori e intendete realizzare un ritratto a matita o a carboncino (o una qualsiasi tecnica monocroma) ci vuole molta esperienza per affinare la sensibilità ai diversi pesi tonali di un’immagine a colori. Luci, ombre, volumi … E le tanto temute zone grigie saranno il vostro peggior nemico durante il lavoro! Se sto lavorando su una guancia, come faccio a capire su quale valore tonale mi trovo e riprodurlo?

Andreas Feininger, un grande maestro della fotografia, scrive: MAI SUPPORRE QUANDO SI PUO’ SAPERE.

Naturalmente – con esercizi costanti – acquisirete la sensibilità ai toni. Fino a quel momento però potete usare una scorciatoia: prendete la vostra immagine a colori e fotocopiatela in bianco e nero. Una fotocopia brutta, en passant, senza troppe sofisticazioni e senza passare per Photoshop. Questo passaggio vi consentirà di riconoscere sul momento i valori tonali, valutando a primo sguardo quanto un’ombra rende tonda una guancia o quanto un punto di luce diretta mimetizza parte dei capelli con lo sfondo. Otterrete un’immagine rozza, sulla quale è rimasto tutto ciò di cui avete realmente bisogno.

Ora, ammettendo che l’immagine sia adatta, bisogna dire che il secondo ostacolo spesso consiste nella complessità espressiva del soggetto. Se avete scelto di ritrarre proprio quel momento nella vita di quella persona, forse c’è un motivo. Se l’espressione catturata in quella foto è davvero difficile da disegnare, allora imitatela! Tanto siete voi e il vostro foglio, lontani da sguardi indiscreti. Soltanto in questo modo vi sarà possibile comprendere il vigore espressivo di quell’insieme complesso di forme.

Se siete alle prime armi evitate le foto troppo ricche di particolari, o troppo famigliari al soggetto: meglio farsi guidare dalla propria sensibilità e dalla reale valutazione delle proprie risorse, piuttosto che dalla voglia di strafare… Allora sì che otterrete un risultato di gran valore.

Altra cosa da evitare è disegnare quello che dalla foto “intuite” senza vederlo realmente. Succede spesso che le orecchie siano in ombra totale, immerse nei toni scuri da ottenere con una 8B o una grafite. L’errore più frequente è disegnarle perché “si sa che lì ci sono le orecchie”. Mai immaginare nei ritratti! Bisogna osservare, e disegnare quello che realmente si vede. Badate bene che questo atteggiamento ricorrente è il principale responsabile dei ritratti non somiglianti.

Per ottenere buoni ritratti dunque occorre avere buone foto, e saperle leggere visivamente. Ricordate sempre che la selezione è importantissima, perciò chiedete ai vostri soggetti di consegnarvi sempre più di un’immagine. Tra queste, scegliete quella che realmente si presta a tirar fuori un disegno. Ponete alla base della vostra scelta le domande visive fondamentali che avete appreso frequentando il corso, e non un semplice “qui mia zia è venuta meglio perché sorride.” Questo sarà il presupposto decisivo per tirar fuori il ritratto che volete da una fotografia!