Trasformare il limite in una risorsa

Pierre-Auguste Renoir

Che la creatività sia una risorsa, è risaputo. Ci aiuta a trovare una via alternativa alle parole e certamente, può essere un mezzo eccezionale per riuscire ad esprimere le nostre emozioni, anche quando queste sono dolorose, o difficili da accettare. La creatività ci aiuta a superare il limite della parola, spingendoci a comunicare con gli altri seguendo vie alternative che non riguardano solo il disegno, ma ogni mezzo che possa essere per noi una fonte di risorse: la musica, il cucito, la scultura o la lavorazione della ceramica. Quando siamo impegnati nella creazione di qualcosa di nuovo che prima non esisteva e ora c’è, oppure quando siamo soddisfatti di un risultato ottenuto, instauriamo verso di noi un circolo virtuoso di gratificazione, che ci appaga.

Ma cosa succede quando ci troviamo davanti a impedimenti severi che possono minare concretamente il nostro percorso creativo? Soprattutto se fossero questi la ragione di tanta necessità a voler esprimere il nostro stato d’animo attraverso il mezzo artistico?

In questo post voglio raccontarvi alcune storie di artisti che hanno saputo esprimersi al meglio nonostante affrontassero una condizione particolarmente sfavorevole: persone resilienti che hanno affrontato la realtà avversa a loro vantaggio grazie a un modo diverso di osservare ciò che consideravano un limite e che forse, lo era davvero: con occhi creativi, trasformandolo in risorsa.

Le mani di ragno. Quando si nomina Paganini, torna alla mente lo strumento al quale il grande artista ha legato il suo nome per sempre: il violino. Il geniale compositore e violinista genovese, è riuscito più di ogni altro a portare il suo strumento alla sua massima espressione, e ancora oggi i Capricci di Paganini rappresentano una delle prove più complesse e affascinanti per chi si avvicina a questo meraviglioso strumento. Sono in pochi però, a sapere che il virtuoso musicista pativa uno stato di salute particolarmente severo con lui e non solo per una forma aggressiva di laringite tubercolare che lo lasciò afono (fu poi il figlio quindicenne abituato a leggere le sue labbra, a fargli da interprete), ma anche e soprattutto perché l’artista fu colpito alla nascita dalla Sindrome di Marfan, una patologia a carico del sistema scheletrico che, tra gli altri sintomi, si diagnostica per la forma particolarmente affusolata delle mani, chiamate per questo “mani di ragno”. La forma allungata delle mani, le articolazioni particolarmente flessibili, hanno fatto si che il compositore potesse raggiungere la massima manifestazione delle potenzialità dello strumento: ciò che lo consumava, era al contempo ciò che lo nutriva.

Un mondo in bianco e nero. Molti di voi conoscono Oliver Sacks, medico e scrittore britannico che ha raccontato con grande acume, nei suoi libri, le esperienze reali vissute dai suoi pazienti. Forse non tutti sanno però, che nel suo libro “Un antropologo su Marte” è narrata la storia di un artista chiamato Jonathan I. che si è presentato dal celebre neurologo in seguito al forte trauma psicologico causato da un incidente automobilistico dove ha perso la facoltà di vedere i colori. Una condizione chiamata Acromatopsia, comunemente detta “cecità dei colori”, perché priva gli occhi soltanto di una parte della ricchezza del mondo, che però è fondamentale: il colore. Se può essere comprensibilmente una vicenda dolorosa da affrontare per chiunque, per un artista è un trauma che può mettere in serie difficoltà il significato stesso della sua esistenza nel mondo. Per Jonathan è stato così: non riusciva più a trovare il piacere in un piatto gustoso o in un tramonto, perché ogni cosa ai suoi occhi era priva della sua essenza fondamentale e anche il suo lavoro finí per deluderlo, perché ne era altrettanto privo: se il mondo aveva perso i suoi colori, lui, che in loro aveva custodito la sua vita, aveva perso la vita.

È stato davvero un cammino, ma ad ogni passo sentiva di poter familiarizzare con la sua nuova condizione esplorando le potenzialità dei mezzi che aveva. Aveva capito che se avesse cercato il colore in un mondo dove non c’era, alle sue opere sarebbe sempre mancato qualcosa e la sua condizione sarebbe riemersa in tutta la sua prepotenza per ricordargli ciò che aveva perso. Iniziò a cercare cose nuove, seguendo la strada che l’avrebbe condotto a ciò che venne riconosciuto da lui, dagli altri e nell’Arte come “periodo del bianco e nero”: capì che perdendo ciò che considerava vitale, si era affacciata l’irripetibile opportunità di trovare cose che non sapeva di cercare.

Con le mani legate. “Aveva le mani deformate in maniera spaventosa; i reumatismi avevano fatto cedere le articolazioni ripiegando il pollice verso il palmo e le altre dita verso il polso. I visitatori non abituati a quella mutilazione non riuscivano a staccarne gli occhi; la reazione ed il pensiero che non osavano formulare era questo: “Non è possibile. Con delle mani simili non può dipingere questi quadri; c’è sotto un mistero!”.

Che Renoir abbia scritto la storia dell’arte, è cosa nota. Nelle parole del figlio Jean, possiamo allo stesso tempo immaginare quanto dovesse essere severa l’artrite reumatoide che lo affliggeva. Nell’ultima parte della sua vita, quando ormai la patologia aveva compiuto il suo corso, l’artista aveva escogitato un modo per non sentirsi sopraffatto e continuare a dipingere: prima di sedersi al cavalletto, legava i pennelli alle sue mani, utilizzandole come fossero un proseguimento delle sue dita, ormai consumate dalla malattia.

Renoir, Paganini, Jonathan I. ci insegnano, a loro modo, che la creatività è un termine molto vasto da definire e che spesso l’essere umano riesce a trovare un modo per convivere con le difficoltà attraverso strategie efficaci e pensate fuori dagli schemi, per riuscire a camminare con esse fianco a fianco alla ricerca di nuove e inaspettate risorse, che solo loro possono fornirci.

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