24H DRAWING LAB INCONTRA: MARIANNA LEONE [RESTAURATRICE]

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“Quando restauri entri in intimità con chi ha creato l’opera. Ti addentri nella sua testa, giudichi o approvi le sue scelte. Queste, condizionano le scelte che farai tu, sugli attrezzi da usare, i solventi da applicare, o su come intervenire in quell’opera.”

Marianna Leone

 

Ciao Marianna.. Di restauro io non so molto, anche se ho un ricordo molto nitido di una visita al centro di restauro quando frequentavo il liceo artistico. Immagino questo mondo pieno di formule, chimica e odori. Perciò ti farò delle domande e tu rispondi come se io fossi una bimba. A quanti anni hai deciso che saresti diventata una restauratrice?

Io avevo le idee chiare già in terza media. Poi facendo i test attitudinali, ebbi una risposta sconfortante: qualunque indirizzo fuorché quello artistico!

Ah, avevano capito in pieno!

Beh, in effetti devo ammettere che i test attitudinali non si sono rivelati molto attendibili nel mio caso. Così ho deciso di continuare per la mia strada, e i miei genitori mi hanno appoggiata nelle mie scelte. Sapevano di avere a che fare con una figlia coscienziosa, che non li avrebbe delusi qualunque strada avesse scelto di prendere. Ho sempre amato studiare, a scuola andavo bene e portavo a casa ottimi voti. I miei erano consapevoli che avrei portato avanti la mia strada facendo del mio meglio, e sviluppando le mie capacità al massimo.

Comunque la tua scelta è arrivata molto presto, perché tutto sommato eri ancora giovanissima quando hai deciso che saresti diventata una restauratrice. Cosa pensi abbia innescato questa predilezione?

Io nutrivo un fortissimo interesse nel restauro ma anche nell’archeologia. Però mi sono resa conto che alcuni aspetti dell’archeologia erano troppo lontani da me, come ad esempio la dedizione allo studio del latino. Questa è stata la discriminante che mi ha portata ad orientarmi completamente al restauro. Ma l’amore per la custodia e la tutela di ciò che ha un valore storico, credo sia nato durante le lunghe passeggiate domenicali con mio padre. Giravamo tutta Roma, mi portava a vedere Castel Sant’Angelo, la cupola di San Pietro… E poi i giri per i musei. Forse già in quel momento ho pensato a questo patrimonio come qualcosa di cui avrei voluto prendermi cura. Poi è stata mia madre a scegliere la scuola adatta. Ha girato i licei di Roma, e alla fine abbiamo scelto il IV Liceo Artistico Alessandro Caravillani. E in effetti superando qualche piccolo shock iniziale, perché una volta lì mia madre vide alcuni professori un po’ “sopra le righe”…

Eh lo so bene… Però la nostra generazione ha avuto la fortuna di avere grandissimi insegnanti in quel liceo, artisti di spessore nel panorama artistico internazionale. Poi oggi abbiamo scoperto che eravamo nella stessa sezione ma con un anno di differenza, quindi i nostri maestri sono stati in un certo senso il nostro comun denominatore per l’arte.

Beh si guarda, è stata una chance avere a che fare con Paolo Cotani, Gaetano Pesce e Carlo Ambrosoli, per citarne solo alcuni. Sono nomi di assoluto rilievo nel panorama artistico contemporaneo. Penso che il fatto che loro lavorassero con l’arte portava le nostre lezioni su un livello più alto di insegnamento. Se ci pensi, consegnavano a noi le loro esperienze, il fare arte conciliando l’istinto e il criterio. La loro professione, era l’arte. Sapevano trasmetterti emozioni che altri professori non ti davano.

Quindi il tuo percorso formativo è stato come base il liceo artistico sperimentale, col biennio comune e poi la scelta del triennio ad indirizzo individuale, che è stata ovviamente conservazione e catalogazione dei beni culturali… Poi?

Poi prima di iscrivermi alla facoltà di architettura ho deciso di andare a lavorare in un bottega di restauro, per vedere da vicino il mondo che adoravo. Mi presentai in questo laboratorio pochi mesi dopo il diploma, a settembre. Anche l’università è stata importante per me, perché era il primo corso sperimentale sul restauro dei beni architettonici. Avevamo professori di altissimo livello, come Pio Baldi che è stato direttore del MAXXI, c’era il sopraintendente ai beni archeologici. Insomma una bella squadra di professionisti. Abbiamo visitato dei posti meravigliosi come la Colonna Traiana e la statua di Marco Aurelio, poi siccome era il primo anno che veniva attivato quel corso di laurea, si era investito tanto in questa nuova offerta formativa. Ho frequentato poi un corso regionale, ma la mia preparazione come restauratrice, di fatto, è avvenuta in bottega. Tutto quello che so nel restauro, lo devo letteralmente a chi me lo ha insegnato quando lavoravo a bottega.

Cosa ti facevano fare durante questo praticantato?

In primo luogo mi facevano studiare. Tanto. C’era tutta la biblioteca disposizione se volevi informarti sulle tecniche di restauro o sulla storia. Ma la cosa più importante in assoluto, è che in quella bottega ti facevano proprio lavorare. Ti mettevi vicino a loro per vedere le loro abilità, ma non avevano problemi a lasciare la lavorazione di un pezzo, se avevi bisogno di istruzioni sul tuo lavoro. Spiegavano, di prodigavano enormemente. Il discorso della gavetta in cui ti si chiede di pulire e basta – e la tua formazione è rimandata a un secondo momento – lì dentro non esisteva. Si doveva lavorare. Loro mi hanno presa con l’impegno di formarmi come restauratrice. Siamo entrati in tre in quella bottega, tutti per formarci come restauratori. Purtroppo uno di noi ha scoperto in quel periodo di essere daltonico, ed ha rinunciato. L’altra ragazza invece ha capito in corso d’opera che il restauro non era un suo interesse vivissimo, e questa serie di circostanze ha fatto in modo che in quel laboratorio si veicolassero verso di me molte attenzioni riguardo alla mia formazione. Con me sono stati bravissimi.

Quindi il tuo primo ingaggio effettivo è stato proprio in quella bottega?

Sì.

Ti ricordi la sensazione che avevi in quel momento? Avevi paura?

Sì, tantissima. Me lo ricordo come fosse ieri.

Quali oggetti ricevi più frequentemente nella tua bottega?

Quadri e cornici, che tradotto in altri termini significa restauri e dorature. Qual è il restauro al quale sei più legata, o che ti è rimasto più impresso? Beh, sicuramente le pitture murali di Siena. Si trattava di intervenire su degli affreschi e su delle pitture a secco. Era un’opera da eseguire su un intero palazzo, ed io sono rimasta lì per un anno e mezzo. C’erano due squadre di intervento: restauratori e decoratori. Io ho avuto la fortuna di essere presente in entrambe. Si trattava di un palazzo che aveva avuto una storia molto frastagliata, passando di mano in mano tra proprietari nobili e canili … Una cosa disastrosa! Poi mentre eravamo lì hanno scoperto che sotto c’erano ancora le fondamenta del Duecento. Poi sotto Siena c’è l’acquedotto, con tutte le sue gallerie scavate nel tufo giallo. Sotto a questo palazzo quindi c’erano una serie di cunicoli con le nicchie in cui i minatori mettevano le statue votive perché temevano che la sotto fosse l’inferno. Dopo questa esperienza ho fatto un altro corso regionale, sul restauro delle facciate antiche perché mi aveva appassionata la pittura murale. Poi sono arrivata qua.

Quanto influisce il fatto che tu sai disegnare, in un lavoro come questo?

Dedicandomi principalmente al restauro, l’attività legata al disegno si è un po’ sopita nel tempo. Facevo acquerelli e ho smesso, ma certamente disegnare è una capacità che influisce in un mestiere del genere. In un quadro ho dovuto ricostruire un volto, per esempio. Conoscere come impostare il viso, le proporzioni, le luci… Certamente è una capacità che ben ci sta in una professione di questo tipo, e che serve a dare sicurezza e ad averne.

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