24H DRAWING LAB INCONTRA RICCARDO BOCCI | DESIGNER

Riccardo Bocci, designer. L’ho incontrato al Tram Depot, un piccolo bar situato in un incrocio che collega tre quartieri romani. Si è prestato a questa intervista per 24h Drawing Lab con ironia e disponibilità, ma soprattutto con molta comunicatività. Questa passione zampilla da tutti quei disegni realizzati a mano che ci mostra tra un caffè e una battuta, raccontandosi partendo dalle mie domande, ma offrendosi a una conversazione molto più ampia e rilassata. Abbiamo deciso di pubblicare qui un estratto della lunga intervista che ci ha rilasciato per raccontarvi qualcosa a proposito di un giovane designer di talento, ma anche qualcosa della quotidianità di chi ha scelto il disegno per professione, e di quanto sia straordinariamente complesso disegnare (e realizzare) un progetto.

SEQUENZA

Ti sei scoperto designer in un modo molto particolare, soprattutto in un luogo particolare. Questa storia mi ha colpito molto, vuoi raccontarcela?

Stavo sulla giostra di Peter Pan, a Eurodisney. In quella occasione mi colpì il fatto di essere agganciato ad una giostra, e la grande scoperta è stata vedere la città sotto di me mentre ero perfettamente cosciente di essere sospeso su di questa. In quel momento ho sviluppato la curiosità del capire i perché: perché lo hanno creato, perché lo usavano, e se il meccanismo era diverso da altri… Sono rimasto affascinato dal perché delle cose quel giorno.

Ma è in quel momento che hai deciso di affrontare seriamente questo percorso?

Ero ancora molto giovane, ma in ogni caso mi affascinava già la meccanica, passione trasmessa a me grazie a mio padre. Così ho deciso di fare il designer perché con lui facevo l’artigiano ma sopportavo male l’idea di essere confinato al mestiere del fabbro che realizza la ringhiera, o la serratura. Volevo cambiare un po’ le cose. Ad esempio proponevo a mio padre disegni insoliti per oggetti d’uso comune, come le classiche grate per esempio. Idee puntualmente bocciate perché lui era comunque legato esclusivamente alla funzione. Io avevo capito che non mi bastava semplicemente dare forma alle cose, avevo necessità di un iter progettuale che mi consentisse di realizzarle. A questo punto mi sono resto conto che dovevo conoscere, per cambiare le cose.

Nemmeno quando hai frequentato il liceo artistico avevi scelto questa direzione?

No figurati, scelsi l’artistico per fare il fumettista!

Quindi dopo…

Assolutamente… Dopo aver appreso la manualità artigiana da mio padre, ho riconquistato quella parte creativa che avevo trascurato per stare nella bottega artigiana. Ho iniziato a studiare, e a vedere spazi espositivi dedicati al design.

Come designer tu hai una tua caratteristica tutta particolare che a noi di 24h Drawing Lab piace moltissimo. Vuoi dirla tu?

Ah beh… Io disegno i miei progetti solo a mano. Lo faccio al di là di come arriva la mia idea al cliente, anche perché non tutti sono romantici, questo è chiaro. Si tratta piuttosto di un’esigenza legata al fatto che in questo modo riesco a far arrivare meglio la mia idea. Riesco a trasmettere di più il valore aggiunto attraverso la mano, quindi non la linea dritta, ma l’insieme dei tratti e l’energia che questi riescono a rendere visibile.

Ma il cliente è sorpreso quando tu ti presenti coi tuoi disegni?

Assolutamente sì. Oggi tutti si aspettano un 3D. Naturalmente in un secondo momento ci ricorro anch’io, non faccio tutto a mano. Se ti piace il mobile che ho disegnato per te, entriamo in una fase progettuale inevitabilmente costituita da misurazioni precise che consentono all’oggetto di avvicinarsi il più possibile alla realtà. Quando disegno a mano, per quanto io possa essere realistico, il tratto è bello ma può fuorviare. Si corre il rischio di entrare nella parte burocratica incappando in fraintendimenti di colore o di forma. Per questo motivo nella parte finale che concerne l’accettazione contrattuale del progetto in cui il committente firma l’incarico, porto con me il 3D. In ogni caso posso dire che questo passaggio serve per rassicurare il cliente, perché in quella fase del lavoro lui ha già deciso che vorrà realizzare quel disegno.

Il disegno comunque non è qualcosa che tu associ soltanto alla tua professione, sembra un’esigenza che tu hai da tempo.

Sì, praticamente da quando sono nato. Da quando sono piccolo ho sempre disegnato. Ho disegnato anche quando ero artigiano.

Naturalmente avrai un tuo sketch book…

Sì. Lo porto sempre con me, perché l’idea può venire da un momento all’altro!

Infatti! Questo tratto di voi designer mi ha sempre affascinata. La vostra professione è 99% intuizione, quindi immagino che ognuno di voi abbia un suo database cartaceo con tutto il proprio archivio di idee “pronte all’uso”, una sorta di creatività predisposta alla vendita.

Esatto, funziona proprio così. Io faccio anche delle fotografie, può capitarmi di fotografare per esempio quattro sampietrini assestati in un certo modo, ma per contaminazione mi suggeriscono l’idea per qualcos’altro. Io cerco sempre la contaminazione in ambienti diversi. Ti faccio un esempio: se devo realizzare un tavolo per una signora, io non vado a cercare tavoli. La mia ricerca si basa su altri presupposti. La ricerca è inevitabile, non puoi aspettare che arriva l’intuizione quando stai a braccia incrociate. Attualmente sto progettando il cancello d’entrata di un residence, e per elaborarlo ho preso spunto dalle opere di Ugo Pozzo, che tra i futuristi non è nemmeno quello più ricordato. Dai tratti dei suoi quadri ho immaginato questo cancello. E’ piaciuto moltissimo, ed ora siamo agli esecutivi.

Assecondi l’intuizione quando arriva quindi. Ma lo fai anche sui mezzi pubblici?

Sì, dovunque capiti.

Che effetto fa vedere un oggetto la cui progettazione è iniziata sul tuo sketch book per poi concretizzarsi in un prodotto reale?

Inevitabilmente è una sensazione eccezionale. Oltre l’oggetto, la soddisfazione che si prova proviene dall’aver soddisfatto un’esigenza. Progettare un oggetto e realizzarlo è una soluzione. Trovare una soluzione a un problema naturalmente è appagante, no? E’ come trovarti in macchina con un amico, lui buca e tu gli sostituisci la ruota. In quel momento tu sei un eroe, ma hai fatto una cosa per te semplicissima. Ho dovuto realizzare una libreria all’interno di uno spazio già in lavorazione, in cui l’architetto precedente aveva organizzato gli ambienti senza considerare la televisione e il divano. Ho disegnato questo mobile per tre mesi, e adesso è in realizzazione. Ma per me è stata veramente una sfida.

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